C'è un acronimo che divide il mondo dell'intelligenza artificiale tra chi lo pronuncia con eccitazione e chi con timore: AGI. Artificial General Intelligence — un sistema capace di svolgere qualsiasi compito intellettuale umano a livello umano o superiore. Non un'AI specializzata nel gioco degli scacchi o nella diagnostica per immagini, ma un'intelligenza flessibile, adattabile, generalizzata.
Siamo vicini? Dipende da chi si chiede. Sam Altman, CEO di OpenAI, ha dichiarato che potremmo raggiungere l'AGI entro pochi anni. Geoffrey Hinton, uno dei padri del deep learning, si è dimesso da Google proprio per poter parlare liberamente dei rischi esistenziali dell'AI avanzata. Yann LeCun, capo dell'AI research di Meta, ritiene che gli approcci attuali siano fondamentalmente insufficienti e che siamo ancora lontani da una vera intelligenza generale.
La verità è che nessuno lo sa — e questo è già di per sé significativo. Stiamo costruendo qualcosa senza capire appieno dove stiamo andando. I progressi degli ultimi cinque anni hanno sorpreso quasi tutti, inclusi i ricercatori più ottimisti. La velocità dell'innovazione ha reso obsolete le previsioni a medio termine.
Quello che è certo è che i sistemi attuali, pur impressionanti, non sono AGI. Mancano di comprensione causale profonda, di buon senso incarnato, di capacità di apprendimento generalizzato da pochi esempi. Eccellono in ciò per cui sono stati addestrati, e falliscono in modi che un bambino di cinque anni non farebbe mai.
Ma la domanda più importante non è quando arriverà l'AGI. È: cosa faremo quando arriverà? Chi la controllerà? A chi porterà benefici? Come decideremo insieme, come società, quale futuro vogliamo costruire con essa? Sono domande urgenti — e richiedono risposte molto prima che la tecnologia le renda inevitabili.